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Rocche e Castelli

È noto che l'introduzione, nelle tecniche di assedio, delle armi da fuoco (bombarde, bombardelle, spingarde, colubrine, ecc.) impose dovunque una totale revisione dei sistemi di difesa delle città, castelli, rocche e luoghi fortificati.

Nelle Marche, già prima della metà del sec. XV, la necessità di provvedere all'aggiornamento delle tante fortificazioni obsolete o fatiscenti di cui era costellato l'intero territorio, insieme con lo stato di belligeranza quasi perpetuo tra capitani di ventura e signorotti dei vari feudi, diede luogo ad un primo periodo di transizione nell'arte fortificatoria, tale da fare anche della provincia pesarese un autentico campo di sperimentazione dei migliori e più noti architetti militari del tempo.

Di tale spinta ammodernatrice i primi ad occuparsene furono i Malatesta (Sigismondo in particolare) avvalendosi dei suggerimenti di Filippo Brunelleschi e dell'esperienza di Matteo Nuti e Cristoforo Foschi, subito seguiti dal ramo pesarese degli Sforza e dai Montefeltro (e più tardi dai Della Rovere) che fecero a loro volta ricorso a Luciano Laurana, a Baccio Pontelli e soprattutto a Francesco di Giorgio Martini.

Quanto venne allora delineandosi fu un vero e proprio doppio sistema di fortificazioni contrapposte, malatestiane e sforzesche lungo l'asse costiero e montefeltresche verso l'entroterra, fino alla disfatta malatestiana del 1463. Un itinerario che intenda oggi condurre il visitatore alla riscoperta delle maggiori rocche e residenze fortificate del territorio montefeltresco non può pertanto escludere le altre fortificazioni (malatestiane e sforzesche) nate prima o contemporaneamente, nel medesimo clima di ricerca e sperimentazione dell'arte fortificatoria.

Cominciando l'itinerario dall'alto Montefeltro, non può essere anzitutto dimenticata la rocca di S. Agata Feltria, strategicamente posta al sommo del blocco calcareo detto 'Sasso del Lupo' che domina il paese e che è stata la più lontana postazione militare del ducato montefeltresco sul versante appenninico settentrionale. Nota come Rocca Fregoso dal nome della famiglia genovese imparentata con i Montefeltro a cui la portò in dote Gentile, figlia del duca Federico, quando andò sposa ad Agostino Fregoso, più che una rocca in senso proprio è una residenza fortificata, caratteristica insita nell'originario impianto medievale a cui è da attribuirsi l'aspetto di unico blocco compatto a ridotte articolazioni, eccezion fatta per lo stretto torrione ottagono a base scarpata, posto a proteggere l'ingresso del fortilizio e lo spigolo meridionale dello stesso con i suoi beccatelli e piombatoi e le feritoie su livelli differenti per il tiro fiancheggiante e radente degli archibugi a cavalletto.

C'è poi la rocca di S. Leo, la fortificazione forse più nota dell'intero ducato montefeltresco per la caratteristica forma dovuta alla sua eccezionale posizione naturale, tale da farla giudicare imprendibile.

Di origini quasi certamente longobarde, così come si presenta oggi è il frutto dell'intervento operatovi intorno al 1470 da Francesco di Giorgio Martini. Vera e propria piazzaforte, costituita da due nuclei separati e ben distinti: il fronte, posto a difesa del settore nord-occidentale, e la fortezza, sita al sommo dello sperone di roccia di cui ricalca la forma a puntone.

Il primo, interamente opera del Martini, costituito dalla lunga muraglia della cinta, stretta e conclusa dai due torrioni rotondi (il tutto scarpato, cordonato e concluso da un apparato a sporgere innestato su beccatelli con relativi piombatoi), il secondo, chiuso e spoglio, con la cella a pozzo dove terminò i suoi giorni (1795) il celebre Cagliostro: ciò che ha finito con l'aggiungere al fortilizio quell'alone di mistero che appassiona tanti visitatori.

L'itinerario può poi far tappa a Sassocorvaro, dominata dall'organica mole della Rocca Ubaldini, macchina bellica emblematica per il suo simbolismo antropomorfico e zoomorfico.

Una costruzione che nell'ambito della produzione di Francesco di Giorgio Martini costituisce un prodotto sperimentale (1475), unico nel suo genere rispetto ai modelli successivi.

Affascinante per il connubio dell'antica torre scarpata a pianta quadrata, inglobata entro le fasciature delle due torri circolari contrapposte, fra le quali emerge il puntone carenato, e per il versante opposto che si espande in forma circolare con l'appendice emergente del torricino di difesa della porta di accesso.

Altro palazzo fortificato in piena area appenninica quello di Piandimeleto, già residenza dei conti Oliva, con lo sperone superstite della precedente fortezza e la massiccia torre quadrata sullo spigolo occidentale, insieme alle merlature ghibelline, ai beccatelli, alle caditoie e alle feritoie.

Poco lontana dalla costa sorge invece la malatestiana (e poi sforzesca e roveresca) rocca di Gradara.

Così come appaiono oggi (la rocca e il suo complesso fortificato con la doppia cinta di mura che racchiude il borgo) sono il risultato dei rifacimenti e restauri dovuti ad Alessandro Sforza (e più tardi al figlio Costanzo) quando ne entrò in possesso (1445) e venne ridotta l'altezza del mastio e quella delle altre torri per adeguare l'antica struttura all'impatto delle nuove tecniche d'assedio.

Tecniche di cui tenne ben conto Luciano Laurana quando ricevette l'incarico dagli Sforza di progettare la Rocca Costanza di Pesaro, a pianta quadrilatera, con torrioni circolari scarpati agli angoli e cortine murarie di collegamento egualmente scarpate.

Scarpatura tuttora ben evidenziata nella Rocca Malatestiana di Fano, anche se le vicende belliche dell'estate 1944 l'hanno privata dell'imponente torre di vedetta (il 'Mastio') posto all'estremità settentrionale della stessa, corrispondente ad uno dei vertici della cinta muraria urbana.

Di tutte le numerose rocche ruderizzate o distrutte dell'entroterra metaurense e cesanense, meritano un cenno quella di Fossombrone, di cui restano alla sommità del colle di S.Aldebrando le mura sbrecciate del recinto quadrangolare con torri poligonali agli angoli e l'imponente bastione carenato aggiunto da Francesco di Giorgio Martini intorno al 1470, e quella di Cagli che dominava l'abitato dall'alto del colle dove sorge oggi il convento dei Cappuccini, collegata a valle con il superstite Torrione scarpato a pianta ellittica, inserito un tempo nel circuito delle mura urbiche con il suo apparato di piombatoi e le varie feritoie per le artiglierie semiportatili.

Simile ad una nave con tanto di prua, va poi ricordata anche la superstite rocca di Frontone, allungata e distesa sopra le case dell'antico borgo con il caratteristico puntone triangolare scarpato, analogo a quello del ricordato forte di S.Leo e il nudo fronte settentrionale con le aperture delle troniere ad ampiezza degradante.

Ulteriore esempio della genialità di Francesco di Giorgio Martini, perduta ormai per sempre quella di Mondolfo, resta infine la rocca di Mondavio, progettata per Giovanni Della Rovere, genero del defunto duca Federico da Montefeltro di cui aveva sposato la figlia Gentile nel 1478. Originalissimo nella sua forma, domina sull'intero complesso il grande mastio poligonale in laterizio con il suo severo coronamento coperto munito di beccatelli e il felice movimento elicoidale delle sue alte facce scarpate, studiate per ridurre al minimo gli effetti dei colpi di bombarda. Sede oggi di un Museo di rievocazione storica e di un'interessante Armeria, è da considerare la tappa finale del nostro itinerario.

 

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